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"Si, ma lei
non è qui per studiare, lei è qui per sopravvivere" - mi ha risposto
la signora dall'altra parte dello sportello. Ero al Ministero degli
Affari Esteri.
Ero rimasta senza parole, i miei occhi erano pieni di lacrime, e
non riuscivo a trovare la porta d'uscita.
Camminando verso la fermata dell'autobus pensavo a me stessa, del
mio destino, e del destino di tutti noi che siamo stati costretti
a lasciare il nostro paese.
Era nel 1992, quando per la prima volta ho toccato la terra di questo
paese. Il mio paese, Bosnia ed Erzegovina, era in guerra, anzi sotto
un'aggressione, anche se il Mondo la chiamava "guerra fraterna".
A Sarajevo ero una studentessa ed ero venuta in Italia per imparare
l'italiano. Volevo rimanere tre mesi e ritornare nel mio paese a
terminare i miei studi. A causa della guerra sono stata costretta
a rimanere. La mia conoscenza dell'italiano era minima.
Attraverso l'agenzia per gli studenti avevo trovato un lavoro come
baby sitter. Come prevedeva l'accordo dovevo lavorare mezza giornata,
nel rimanente tempo era previsto un corso d'italiano, che non è
stato mai effettuato, perché "mi hanno allocato" in una famiglia
e lavoravo dalle 7 alle 22. Avevo un giorno e mezzo libero, la settimana,
che mi sembrava poco. Dopo ho saputo che questo era una regola.
Quando alla mia datrice di lavoro ho chiesto di seguire un corso
di lingua, mi ha detto che a lei serve una ragazza per tutta la
giornata. Ho dovuto accettare, quello che mi era offerto.
Tre mesi dopo ho dovuto lasciare questa famiglia. Mi ero rivolta
alla stessa agenzia per cercare un nuovo lavoro e ho avuto risposta
negativa. La motivazione era: "Signorina non ha rispettato i tempi
che avevamo concordato". Era vero, ma io le avevo detto 15 giorni
prima che non c'è la facevo più e che volevo andare via.
Non sapevo che in questi casi potevo denunciare l'agenzia, perché
avevo pagato questo servizio. Non sapevo che la famiglia dove lavoravo
doveva per la legge darmi una buona uscita (la stessa legge che
prevede un giorno e mezzo libero per le ragazze delle pulizie).
Mi sono trovata sulla strada, senza lavoro, senza casa, senza soldi
e conoscevo una sola persona a Roma. Era una ragazza dalla Croazia.
Lei mi ha suggerito di andare in una parrocchia.
Attraverso questa conoscenza sono riuscita ad avere un'altra famiglia.
Nella mia nuova casa sono stata accettata in un modo meraviglioso.
Lavoravo anche qui tutta la giornata, ma l'ambiente della famiglia
era tutto diverso.
Nel 1993 ho avuto il mio primo permesso di soggiorno. Siccome il
mio permesso era "umanitario" avevo chiesto se potevo avere un aiuto
economico o qualcosa previsto per i rifugiati. Mi hanno detto di
no. Potevo andare a mangiare alla Caritas, o ricevere una quantità
di pasta e di parmigiano. Non avevo bisogno di cibo, perché mangiavo
in famiglia. Mi servivano un po' di soldi, perché i miei in Bosnia
vivevano dal mio aiuto.
Non sapevo a chi mi potevo rivolgere per informazioni che mi servivano,
perché anche le istituzioni per gli immigrati sapevano poco o niente
di "questi bosniaci".
La signora dove abitavo e vivevo mi ha aiutato tanto. Mi ha insegnato
come si usa "tutto città", mi ha detto che devo sempre avere il
biglietto, perché la multa era allora di 50.000 Lire, che il biglietto
lo potevo acquistare in qualsiasi tabaccaio (da noi si vendevano
solamente in edicola), che dovevo stare attenta per la mia borsa
e il mio portafoglio, che non dovevo portare appresso i documenti
originali (mi ha fatto una fotocopia autenticata). Quello che mi
ha sorpreso più di tutto era la sua ultima frase; "Devo dirti anche
che 10.000 Lire non sono poche per un straniero, perché li guadagna
in modo abbastanza difficile" Io la guardavo, ero molto sorpresa
ed ero molto grata a quella persona.
Due anni dopo il mio soggiorno in Italia, avevo deciso di iscrivermi
all'Università. A dire il vero non sapevo da dove iniziare. Non
sapevo che allora a Roma esisteva una "Comunità Bosniaca", dove
potevo incontrare i miei compaesani e rivolgermi per le informazioni
che mi servivano. Alla questura centrale (il primo posto dove si
recano gli stranieri) non avevano queste informazioni. Tra tutte
le pubblicità che trasmetteva la televisione non avevano mai dato
questa notizia, anche se si sapeva che l'Italia come gli altri paesi
dell'Europa Occidentale era piena dei profughi dalla Ex-Jugoslavia.
Quindi dovevo cercare la strada d'uscita da sola e subito, era tutto
difficile. Nella capitale d'Italia non esisteva un ufficio dove
potevo tradurre e valutare il mio diploma conseguito in Bosnia.
La traduzione l'ho pagata 150.000 Lire e la valutazione me l'ha
confermata il mio professore, che ho conosciuto casualmente. Con
tanta fatica sono diventata una studentessa.
Avevo poco tempo per studiare, perché ho dovuto continuare a lavorare.
La signora dove lavoravo e abitavo cercava di darmi più tempo possibile
per studiare.
Dopo i primi mesi dello studio ho fatto il mio primo esame ed era
andato molto bene. In quel periodo ho conosciuto anche il mio fidanzato.
Lui mi aveva proposto di andare al Ministero degli Affari Esteri
a chiedere la borsa di studio. Avendo già una brutta esperienza
con il Ministero avevo un terrore della parola "Ministero". Sotto
la sua spinta e con la sua compagnia sono andata di nuovo a bussare
sulla stessa porta, da dove sono uscita un anno fa piangendo. Forse
avevo indovinato l'ora "giusta", perché la "signora dello sportello"
quel giorno non c'era. Ci ha ascoltato un'altra persona e ci ha
mandato in un altro ufficio. In quell'ufficio hanno risolto tutti
i miei problemi. Sono diventata borsista del Governo Italiano. Oggi
sto terminando i miei studi.
Purtroppo non ho incontrato mai la signora del giorno in cui sono
andata per la prima volta al Ministero. Vorrei incontrarla e dirle
che sono sopravvissuta e che ho fatto molto di più di quello che
lei pensava, forse.
Storia raccolta da B.G.
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