Ero oggetto di un assillo senza tregua da parte
delle forze militari e sicurezza del mio paese.
Tutto ciò risale al 1998, all’epoca dei mancati tentativi
di lotta delle truppe Uganda – Rwanda – Burundi e
dell’ex regime Mobutu di prendere il controllo della nostra
capitale Kinshasa. In quel periodo dirigevo una parrocchia francofona
ove la maggior parte dei membri erano studenti dell’Est
del paese e del Rwanda e quelli rifugiati dal Sudan e dall’Uganda.
Ogni Venerdì andavo in chiesa per vegliare, pregare o
per invocare intercessioni da solo o in gruppo. Uno di questi
venerdì, verso le due del mattino, i militari del nostro
esercito, bruscamente e con la forza, aggredendo la stessa guardia,
sono entrati nella chiesa e hanno chiesto di me. Non appena mi
videro urlarono: “Mostraci dove nascondi le spie Rwandesi,
Pastore traditore!”. Sorpreso e spaventato, cercavo comunque
con calma spiegargli che coloro che frequentano le nostre riunioni
sono studenti universitari e rifugiati, che la mia Comunità
Ménnonite, per la tradizione, ha nel suo programma, oltre
alla evangelizzazione propriamente detta, l'ospitalità
dei rifugiati, l’aiuto e l’assistenza sanitaria sociale
di chi ne ha bisogno. E "in nome di ciò" che
noi abbiamo accolto tanti di loro nella nostra Chiesa.
Non sapevo che alcuni di questi “rifugiati” sono stati
trovati con le armi ed erano dell’esercito nemico. Le mie
parole andavano al vento perché la Sicurezza e i militari
che avevano scoperto ciò e che avevano perso i loro familiari
durante questa guerra ci hanno presi per complici e traditori.
Per vendicare i loro familiari, castigavano e maltrattavano tutti
i traditori sospettabili. Infatti, in me non vedevano che un
traditore e mi hanno picchiato a tal punto di avermi rotto il
braccio destro, il collo e il bacino. I dolori psico-fisici li
sento anche al giorno d’oggi…
Vivere assillato divenne per me un modo di vita dura e austera;
un modo al quale io non ero abituato e per essere al sicuro da
tutte le sorprese, lasciare il mio paese era l’unica alternativa
per salvare la mia vita sempre più minacciata.
Aiutato dalle Organizzazioni per i Diritti Umani del mio paese
e dalla Chiesa, sono riuscito a lasciare il paese. Ho scelto
l’Italia perché c'era l'occasione che me l'ha permesso,
e anche perché, psicologicamente per me essa era una fortuna
inaspettata. Perché, secondo me, l'Italia non aveva un
pesante passato colonialista e anche per il fatto che in Italia
è presente la Santa Sede, madre di tutte le Chiese ed
io, essendo religioso, mi sono detto che mi è andata bene
e che ero caduto in buone mani.
Sono arrivato in Italia d'inverno, il 4 dicembre 2002, la gente
che incontravo lungo il mio viaggio, gli Africani in particolare,
mi consigliavano di andare al Nord d'Italia, a Reggio Emilia dove
la Caritas era molto operativa e che su sarebbe stato più
facile trovare una sistemazione.
E lì sono stato molto ben accolto perché nello stesso
giorno in cui sono arrivato, mi sono presentato come un esiliato
politico alla Questura e dopo avermi interrogato molto rapidamente,
perché erano molto ben organizzati, mi hanno accompagnato
nel Comune dove, a sua volta, mi hanno trovato la sistemazione
e mi hanno detto che avrei potuto avere il contributo monetario
trimestrale pari a 780,00 euro.
La prima parte di questo contributo monetario, me l’hanno
dato dopo due settimane. Lì, veramente, era tutto ben
organizzato. (Stiamo parlando del 2002!) La sistemazione che mi
hanno dato era presso la Caritas (che collabora con la questura
per trovare la sistemazione ai bisognosi) e ci potevo stare per
4 mesi. Dopo quattro mesi sono andato allo sportello del Centro
di Sintonia della chiesa San Pellegrino dove sono rimasto per
diversi mesi e dove, tra l’altro, collaboravo nei progetti
del recupero dei tossicodipendenti, salvando, con i miei metodi
“biblici”, due ragazzi…
Il mio percorso di esiliato politico è stato lungo e duro
ed è continuato a Roma dove sto ancora oggi.
Purtroppo a volte ero deluso perché le mie aspettative
erano diverse dalle quelle che ho vissuto. Il mio primo contatto
con l’Ufficio della Questura mi ha provocato un inquietudine
soprattutto quando ho dovuto passare ore e ore per essere ricevuto
e due anni, prima di essere chiamato e ascoltato presso la Commissione
Centrale, che decide l’opportunità o non di riconoscere
lo status di rifugiato.
Dopo questo passo c’e sempre incertezza riguardo l’alloggio
e il cibo quotidiano. Quando mi reco presso gli uffici specializzati
in materia la risposta è spesso: “Aspetta, ti chiameremo
noi” E lì spesso non c’è più
nulla da sperare. Ma, il mio percorso da mediatore culturale che
ho fatto presso la Cooperativa H.E.L.P. mi aiuto a capire e a
seguire meglio, con più facilità e consapevolezza
il percorso di un immigrato, di un esiliato che con tanta pazienza
e voglia di imparare per potersi inserire meglio nella società
italiana segue questo percorso.
Ringrazio tante persone, religiosi e laici chi mi hanno accompagnato
e incoraggiato nel mio cammino in Italia. Alcuni mi hanno ospitato
e mi hanno sostenuto in tutti gli aspetti della vita fino ad
oggi. Soprattutto la Cooperativa HELP e il suo staff.